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CRISTIANA:. Lettere
Apostoliche
Amantissima Providentia
Autore: Giovanni Paolo II
29/04/1980
[1] L'amabile provvidenza divina si
manifesta in vari modi protagonista della storia, accendendo sempre nuove luci
sul cammino dell'uomo. Spesso sceglie per questo delle persone apparentemente
disadatte e ne eleva talmente le facoltà native, da renderle capaci di azioni
assolutamente superiori alla loro portata. E questo fa non tanto per confondere
la sapienza dei sapienti (1Cor 1,19), quanto per mettere in luce la sua opera,
che non ha bisogno di sostegni umani, e per indicare più chiaramente agli
uomini a quale dignità li eleva la sua grazia e a quali grandezze ancora
maggiori può e vuole condurli la sua guida. Ciò è particolarmente evidente
nella vita e nelle opere di santa Caterina da Siena, di cui quest'anno si
celebra il sesto centenario della pia morte. Sono lieto per questo di additarla
nuovamente all'esempio dei fedeli, non solo d'Italia, ma del mondo intero. In
lei infatti il divino Spirito fece risplendere meravigliosi arricchimenti di
grazia e di umanità, per mezzo dei doni di sapienza, d'intelletto e di scienza,
coi quali la mente umana diventa estremamente sensibile alle divine
ispirazioni, «nella conoscenza delle cose divine e delle umane» (S.Thomae
«Summa Theologiae», I-IIae, q. 68, a. 5 ad 1). A lei si possono perciò
applicare le parole del salmista: «Hai spianato la via ai miei passi, i miei
piedi non hanno vacillato» (Sal 17 (18),37). E ancora: «Corro per la via dei
tuoi comandamenti, perché hai dilatato il mio cuore» (Sal 118 (119),32).
[2] Le condizioni d'Italia e dell'Europa non erano felici, quando venne
alla luce in Siena, nel 1347, la piccola Caterina. Già si profilava
all'orizzonte la tristemente famosa «peste nera», che l'anno dopo infierì
dovunque e seminò la desolazione e la morte in ogni paese e quasi in ogni
famiglia. Altri mali funestavano il mondo civile, come le guerre,
particolarmente quella dei cento anni tra Francia e Inghilterra, e le
incursioni delle compagnie di ventura. Nel mondo religioso tutto quel secolo è
riempito, per tre quarti, dal soggiorno dei Papi in Avignone, e poi dal grande
scisma d'occidente, che si prolungò fino al 1417. La storia della mantellata
senese s'inserisce vivamente in queste situazioni e vi fa anche da
protagonista. Figlia di un tintore di panni, penultima di 25 nati, Caterina
prese molto presto coscienza dei bisogni del mondo e, attratta dall'ideale
apostolico domenicano, volle entrare nelle file del terz'ordine o, come allora
si diceva in Siena, tra le mantellate, le quali, pur non essendo suore né
vivendo in comunità, portavano l'abito bianco e il mantello nero dell'ordine
dei predicatori. Giovanissima, già si distingueva per la carità verso i poveri
e gli ammalati, la pazienza nel sopportare le maldicenze degli uomini e le
battaglie interiori col demonio, la saggezza e l'umiltà degli atteggiamenti e
dei pensieri. Intanto si esercitava in un coraggioso programma ascetico, basato
su criteri efficienti, che avrebbe più tardi inculcati ai suoi discepoli: «Non
lasciar passare i movimenti (della natura disordinata) che non siano corretti»
(S.Catharinae Senensis «Dialogus», c. 73, p. 161; cfr. c. 60; «Epistulae»,
passim). Le si raggruppava poi intorno una varia accolta di discepoli d'ogni
ceto, attratti dalla sua pura fede e dalla schietta accoglienza della parola di
Dio, senza mezzi termini e senza compromessi. Erano laici, mantellate e
religiosi di vari ordini, alcuni conquistati da fatti prodigiosi. Tutti
ricevevano da lei una singolare assicurazione, di cui spesso sperimentavano la
validità: quella d'assisterli dovunque fossero e di pagare anche per i loro
errori (cfr. S.Catharinae Senensis «Epist.» 99). Il Signore la istruiva, come
un maestro con la sua alunna, e le scopriva a grado a grado «quelle cose che
sarebbero state utili all'anima sua» (Raimundi Capuani «Legenda Maior» [in
«Acta Sanctorum», Apr.]). Il progresso spirituale culminò con lo sposalizio
nella fede, che poteva sembrare il sigillo di una vita votata all'isolamento e
alla contemplazione. Invece il Signore, nel darle l'anello invisibile,
intendeva unirla a sé nelle imprese del suo regno (Raimundi Capuani «Legenda
Maior» [in «Acta Sanctorum», Apr.], par. 115). La popolana ventenne vedeva ciò
in termini di separazione dallo Sposo celeste, ma egli invece la rassicurava
che intendeva stringerla di più a sé «mediante la carità del prossimo»
(Raimundi Capuani «Legenda Maior» [in «Acta Sanctorum», Apr.], par. 115), cioè
contemporaneamente sul piano della mistica interiore e su quello dell'azione
esteriore o della mistica sociale, com'è stato detto (J.Leclercq «La mystique
de l'apostolat», 1922-1947). Fu come un'impennata verso più ampi spazi, che
s'aprivano davanti alla sua mente e alla sua iniziativa. Passò dalla
conversione di singoli peccatori alla riconciliazione tra persone o famiglie
avversarie; alla rappacificazione fra città e repubbliche. Non ebbe paura di
passare tra le fazioni in armi né s'arrestò di fronte al dilatarsi degli
orizzonti, che da principio l'avevano spaventata fino al pianto. L'impulso del
maestro divino svelò in lei come un'umanità d'accrescimento. Per lei, figlia
d'artigiani e donna senza lettere, cioè senza scuola né istruzione, la visione
del mondo e dei suoi problemi superò enormemente i limiti del suo quartiere,
fino a progettare la sua azione in termini mondiali. Al suo ardire non c'eran
più limiti, né alla sua ansia per la salvezza degli uomini. Un giorno, racconta
lei stessa, il Signore le dette «la croce in collo e l'ulivo in mano», da
portare all'uno e all'altro popolo, il cristiano e l'infedele, come se Cristo
la sollevasse alle proprie dimensioni universali della salvezza (S.Catharinae
Senensis «Epist.» 219 vel LXV). Per renderla più conforme al suo mistero di
redenzione e prepararla al suo indefesso apostolato, il Signore concesse a
Caterina il dono delle stigmate. Ciò avvenne nella chiesa di Santa Cristina, a
Pisa, il 1° aprile 1375. Caterina ha 29 anni ed è giunta al punto di rendersi
conto della grandezza del suo compito: «ricomporre l'equilibrio della cristianità»
(G.La Pira, in Comm. «Vita Cristiana», 1940, p. 206). Da anni propugnava il
«santo passaggio», cioè la crociata per la liberazione dei luoghi santi, sia
per distogliere le armi cristiane dalle guerre fratricide (cfr. S.Catharinae
Senensis «Epist.» 206, vel LXIII), sia per dare «il condimento della fede» agli
infedeli (S.Catharinae Senensis «Epist.» 218 vel LXXIV). Nella stessa maniera,
e se possibile anche più appassionata, incoraggiava il Papa alla riforma morale
della Chiesa, cominciando con l'elezione di buoni pastori. Su questo tema
trovava gli accenti più infiammati, perché per lei «la Chiesa non è altro che
esso Cristo» (S.Catharinae Senensis «Epist.» 171 vel LX). Ella rimprovera e
denunzia i disordini, ma con animo tutto accorato, manifestando per la Chiesa
una tenerezza materna, accoppiata a virilità di proposte, quando scrive a
Gregorio XI: «Andate tosto alla sposa vostra, che vi aspetta tutta impallidita,
perché gli poniate il colore» (S.Catharinae Senensis «Epist.» 231 vel LXXVII).
«Reponetele il cuore, che ha perduto, dell'ardentissima carità: ché tanto
sangue le è succhiato per l'iniqui devoratori che è tutta impallidita»
(S.Catharinae Senensis «Epist.» 206 vel LXIII). Ormai s'avvicina il momento
della sua impresa più gloriosa. Nel giugno 1376 si recò ad Avignone, come
mediatrice di pace tra la santa Sede e Firenze. La questione era difficile: si
sarebbe risolta due anni dopo, non senza una sua nuova mediazione. Ma Caterina
aveva a cuore cose anche più grandi. S'era fatta precedere dal suo confessore
fra Raimondo da Capua, affidandogli la lettera ora citata, in cui espone al
pontefice «da parte di Cristo crocifisso» le tre principali cose che egli deve
fare per avere pace in ogni direzione: piantare degni pastori, innalzare il
gonfalone della croce per la crociata, e riportare la sede papale a Roma. Le
sue parole risuonano di una forte eco profetica, specialmente quando tocca il
tasto della povertà della Chiesa e del danno che le porta la cura dei beni
temporali. Sul ritorno del vicario di Cristo alla sua sede non ha titubanza:
«Rispondete allo Spirito Santo che vi chiama. Io vi dico: venite, venite,
venite». E, dopo averlo esortato a venire «come agnello mansueto», per ridare
forza al suo messaggio, aggiunge con rispettosa franchezza: «siatemi uomo
virile e non timoroso» (S.Catharinae Senensis «Epist.» 206 vel LXIII). La pena
della lunga attesa e della rovina delle anime le strappa dal cuore, in una
lettera successiva, questo grido: «Oimé, Padre, io muoio di dolore e non posso
morire» (S.Catharinae Senensis «Epist.» 196 vel LXIV). Giunta ad Avignone il 18
giugno, poté far valere a voce, anche in incontri diretti col Papa, il senso
improrogabile del dovere, parlandogli senza presunzione né timidezza. Il pio
pontefice che tardava a prendere l'ultima decisione dovette convincersi che per
bocca di lei parlava realmente il Signore e lo certificava della sua volontà.
Gregorio XI lasciò definitivamente Avignone il 13 settembre 1376 ed entrò in
Roma fra un delirio di popolo festante il 17 gennaio 1377. Più tardi dopo una
lunga missione in Valdorcia Caterina riprese in mano la questione della pace
coi fiorentini, corse anche pericolo, in uno dei tumulti dell'estate 1378, di
essere uccisa; e lei, che s'era vista a un punto dal martirio, scriveva poi quasi
delusa: «Lo Sposo eterno mi fece una grande beffa» (S.Catharinae Senensis
«Epist.» 295). Purtroppo quell'anno, scomparso Gregorio XI ed eletto tra
burrascosi incidenti Urbano VI, uomo devoto all'austerità dei costumi e
all'ideale della riforma morale, scoppiò il grande scisma, che doveva turbare
l'unità della Chiesa per quasi quarant'anni. La santa, che pur l'aveva
previsto, sentì penetrare nella sua carne la ferita della Chiesa. Ormai era da
abbandonare ogni altro pensiero e dedicarsi con tutte le forze a lottare per
l'unità del corpo mistico e per l'unico vero Papa. D'ora in poi le sue lettere
infocate si potranno chiamare messaggi dell'unità cristiana. L'amore per il
Papa e la Chiesa brucia la sua anima. Naturale che all'invito d'Urbano
accorresse a Roma: doveva agire sul cuore stesso della Chiesa. Suggerì e
incoraggiò la raccolta intorno al «dolce Cristo in terra» di uomini di puro
spirito, per assisterlo col consiglio, la preghiera e il prestigio della vita
santa. La sua abitazione in via del Papa (significativo!) diventò un centro
d'attività diplomatica. Lettere e messaggeri partivano per ogni dove: ai
potenti d'Italia e ai regnanti d'Europa, ai Cardinali ribelli e ai servi di Dio
da rincuorare. Animava i soldati che combattevano per Urbano, placava il popolo
romano tumultuante, frenava gli impeti del pontefice, andava con fatica a
pregare sulla tomba dell'apostolo in san Pietro. Fu un anno e mezzo d'attività
logorante e di spasimanti orazioni: «O Dio eterno, ricevi il sacrificio della
vita mia in questo corpo mistico della santa Chiesa» (S.Catharinae Senensis
«Epist.» 371). Così, tra invocazioni e desideri struggenti, si spense a Roma la
domenica 29 aprile 1380, a trentatré anni come il suo Sposo crocifisso. Il suo
corpo fu sepolto nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva, a Roma, dove si
venera sotto l'altare maggiore; mentre il capo fu inviato a Siena, dove fu
accolto trionfalmente dal clero e dal popolo, presente anche la madre di
Caterina, Lapa, e conservato nella Chiesa di San Domenico. Caterina fu
canonizzata dal sommo pontefice Pio II con la Bolla «Misericordias Domini», del
29 giugno 1461. Ella venne così solennemente additata alla Chiesa universale
come modello di santità, esempio di una sublime grandezza, cui una semplice
donna può giungere con la grazia dell'Onnipotente.
[3] Letterariamente santa Caterina è un caso singolare. Non è mai andata
a scuola, né sapeva leggere e scrivere, se non forse molto tardi e
imperfettamente. Eppure ha dettato un complesso di scritti, che ne fanno un
classico di notevole rilievo nella letteratura trecentesca italiana e tra gli
scrittori mistici, tanto da meritarle il titolo di dottore della Chiesa,
conferitole da sua santità Paolo VI il 4 ottobre 1970. Sono rimaste di lei 381
«Lettere», dirette ad ogni genere di persone, umili e grandi. E' un epistolario
di ricca spiritualità, specchio di un'anima che vive intensamente ciò che
esprime, e trova accenti schietti e toni di toccante eloquenza, spesso anche
poetici. Vi arde una costante passione per l'uomo immagine di Dio e peccatore,
per Cristo redentore, per la Chiesa che è il campo in cui il salvatore fa
fruttificare il tesoro del suo sangue nella salvezza dell'uomo. Vive in esse
uno spirito sensibile a tutti i travagli dell'umanità, un'immaginazione
fervida, una fede che arroventa la parola nel denunziare i vizi, ma
l'addolcisce fino alla tenerezza nell'ammonire i tiepidi e nel sollevare i
deboli. Non c'è niente di falso e di convenzionale, ma schietto vigore anche
nella pietà. Inoltre santa Caterina, tra il 1377 e 1378, dettò in varie riprese
un libro, che viene ordinariamente intitolato «Dialogo della Divina Provvidenza
o della Divina dottrina», nel quale l'anima di lei, in colloquio estatico col
Signore, riferisce ciò che l'eterna verità le dice, rispondendo alle sue
domande riguardo al bene della Chiesa e dei suoi figli e del mondo intero. Il
libro è caratterizzato da accento profetico, da equilibrio di pensiero e da
lucidità d'espressione. Tocca i misteri più augusti della nostra religione e i
problemi più ardui dell'ascetica e della mistica. Il pensiero vigile e
implorante è rivolto ai fratelli del mondo, che vede perdersi nei sentieri del
peccato e che cerca di scuotere dal torpore mortale: mentre con fine intuizione
psicologica getta fasci di luce sulla via della perfezione, esaltando
l'elevazione dell'uomo il quale, nella sequela di Cristo obbediente, trova la
via sicura verso la Trinità beata. Ampiezza di prospettive, aderenza di analisi
esperienziali e fiammeggiare d'immagini e di concetti, fanno di quest'opera
«uno dei gioielli della letteratura religiosa italiana» (E. Underhill,
«Mysticism.», p. 467). Infine ci sono le «Orazioni», raccolte dalle sue labbra
negli ultimi anni di vita, quando la santa effondeva la sua anima e la sua
ansia, nel parlare con immediatezza al Signore. Sono autentiche
improvvisazioni, che salgono spontanee dalla mente immersa nella luce divina e
dal cuore dolente per le miserie degli uomini, senza banalità di concetti o di
petizioni, ma con tono passionale e confidente, e con espressioni spesso ardite
ma di assoluta ortodossia. L'immagine più espressiva e ampia di questa maestra
di verità e d'amore è quella del ponte, una costruzione simbolica che anticipa
in qualche modo la «Salita del monte Carmelo» di san Giovanni della Croce. L'allegoria
descrive, in succinta e fine analisi psicologica, il cammino dell'uomo che sale
dal peccato al vertice della perfezione. La caratterizza un'accentuazione
cristologica. su cui s'appoggia tutta la struttura. Infatti il ponte è Gesù
Cristo, sia con la figura del suo corpo innalzata sulla croce, sia con la sua
dottrina, sia con la sua grazia. Sul baratro invalicabile aperto dal peccato e
solcato dal fiume vorticoso della corruzione mondana, fu gettato a
ricongiungere la terra col cielo, quando il Figlio di Dio s'incarnò, unendo in
sé la natura divina con la natura umana (S.Catharinae Senensis «Dialogus», cc.
21-22; cfr. S.Catharinae Senensis «Epist.» 272). E' l'unica via per coloro che
vogliono veramente giungere alla vita eterna. Ogni uomo, seguendo l'attrazione
della grazia di Cristo (trarrò tutto a me), si libera gradatamente dal peccato,
dal timore imperfetto o servile e dall'amor proprio sia sensibile che
spirituale, fino ad essere spoglio d'ogni imperfezione. Contemporaneamente si
attua il cammino in ascesa, ch'è tutto nel segno dell'amore. Caterina infatti è
con san Tommaso e coi migliori teologi, nel pensare che la perfezione «sta
nella virtù della carità» (S.Catharinae Senensis «Dialogus», c. 11); e concorda
anche col Concilio Vaticano II («Lumen Gentium», 5), sia in questo, sia
nell'universalità della chiamata alla santità (S.Catharinae Senensis
«Dialogus», c. 53). Perciò segna su Cristo-ponte tre gradi (da lei detti
«scaloni») di ascensione spirituale, che significano tanto le tre potenze dell'anima
tratte in alto dall'amore, quanto i tre stati progressivi dello spirito:
imperfetti, perfetti, perfettissimi (S.Catharinae Senensis «Dialogus», c. 26)
Si ha quindi un ponte-scala, col primo grado che è l'amore di servo, il secondo
che è l'amore di amico, il terzo che è l'amore di figlio (S.Catharinae Senensis
«Dialogus», cc. 56-57). La divisione ternaria non è puramente schematica e
tradizionale, ma è didatticamente accompagnata da annotazioni particolari,
caratterizzanti i gradi dell'evoluzione verticale e il modo di superare le
tappe inferiori, con un'aderenza psicologica fondata sull'osservazione
dell'esperienza spirituale. Anche i seguenti capitoli del «Dialogo»
(S.Catharinae Senensis «Dialogus», cc. 87-96), che si usa chiamare «Trattato
delle lacrime», procedono su una medesima via ascendente ma con assoluta
originalità di schema, che dimostra nella santa una maestra dalla personalità
propria e dalla didattica matura e precisa, pur nell'improvvisazione del
dettato. Tuttavia il progresso spirituale non è limitato all'ambito personale.
Santa Caterina è troppo compresa dell'esistenza degli altri e dell'importanza
del prossimo; e molto insiste sulla inscindibilità dell'amore del prossimo
dall'amore di Dio, come del resto mette in evidenza lo stesso Concilio Vaticano
II («Lumen Gentium», 5). Di lei è la sorprendente affermazione, messa in bocca
al Signore: «Io ti fo sapere che ogni virtù si fa col mezzo del prossimo, e
ogni difetto» (S.Catharinae Senensis «Dialogus», c. 6). Caterina intende dire
che, per la comunione della carità e della grazia, il prossimo è sempre
coinvolto nel bene e nel male che facciamo (cfr. T.Deman, «La parte del
prossimo nella vita spirituale secondo il 'Dialogo'», in «Vita Cristiana»,
1947, n. 3, pp. 250-258). Ma il suo pensiero va più in là: il prossimo è il
«mezzo» per eccellenza per la carità in atto, il luogo dove ogni virtù si
esercita necessariamente, se non esclusivamente. Dice l'eterno Padre: l'anima,
«come in verità m'ama, così fa utilità al prossimo suo;... e tanto quanto l'anima
ama me, tanto ama lui, perché l'amore verso di lui esce di me. Questo è quello
mezzo, che Io v'ho posto acciò che esercitiate e proviate la virtù in voi, che
non potendo fare utilità a me, dovetela fare al prossimo» (S.Catharinae
Senensis «Dialogus», c. 7). Questo principio, ribadito innumerevoli volte, fa
del prossimo il terreno su cui si esprime, si esercita, si prova e misura la
carità fraterna, la pazienza, la giustizia sociale. Nel contatto con gli altri,
gli stessi contrasti diventano mezzo di verifica delle azioni virtuose
(S.Catharinae Senensis «Dialogus», cc. 7-8): restando fermo il confronto
esistenziale con l'amore di Dio: «Con quella perfezione con cui amiamo Dio, con
quella amiamo la creatura ragionevole» (S.Catharinae Senensis «Epist.» 263;
cfr. «Dialogus», cc. 7 et 64). L'insistenza sul principio di solidarietà serve
anche a dimostrare la radice profonda della fraternità umana insegnataci da
Cristo. Gli uomini vivono questa realtà: ognuno è quasi complemento degli
altri. La provvidenza li ha creati dotandoli di qualità fisiche e morali
differenziate da individuo a individuo, sicché ognuno ha bisogno degli altri,
«acciò che abbiate materia, per forza, d'usare la carità l'uno con l'altro»
(S.Catharinae Senensis «Dialogus», c. 7) e siano tutti legati dal bisogno
dell'aiuto reciproco, come le membra nel corpo (S.Catharinae Senensis
«Dialogus», c. 148). Similmente nella Chiesa universale c'è solidarietà tra
settore e settore. Ciò è figurato nell'allegoria delle tre vigne: la personale,
quella del prossimo e quella universale del Popolo di Dio. Le prime due sono
tanto unite, «che niuno può fare bene a sé che non facci al prossimo suo, né
male che no 'l facci a lui» (S.Catharinae Senensis «Dialogus», c. 24). Ma nella
solidarietà con la terza vigna sta il senso dell'equilibrio e dell'ordine
cateriniano. E' nella vigna universale che è piantata l'unica vite vera, Gesù
Cristo, sulla quale ogni altra dev'essere innestata per riceverne vita
(S.Catharinae Senensis «Dialogus», c. 24). In essa il principale lavoratore è
il Papa, «Cristo in terra, il quale ci ha a ministrare il sangue» (S.Catharinae
Senensis «Epist.» 313 et 321); da lui ogni altro lavoratore dipende, per
obbedienza e perché lui «tiene le chiavi del sangue dell'umile Agnello»
(S.Catharinae Senensis «Epist.» 339; cfr. «Epist.» 309 et 305). Immagini
trasparenti del primato di Pietro - primato di magistero e di governo voluto
dalla «prima dolce Verità» (S.Catharinae Senensis «Epist.» 24 vel X) - che
salda istituzione e carisma in Cristo, unica fonte di essi. A tale logica si è
ispirata tutta l'azione di questo angelo tutelare della Chiesa a pro del
pontificato romano.
[4] Il ruolo eccezionale svolto da Caterina da Siena, secondo i piani
misteriosi della provvidenza divina, nella storia della salvezza, non si esaurì
col suo felice transito alla patria celeste. Ella, infatti, ha continuato ad
influire salutarmente nella Chiesa sia con i suoi luminosi esempi di virtù, sia
con i suoi mirabili scritti. Perciò i sommi pontefici, miei predecessori, ne hanno
concordemente esaltata la perenne attualità, proponendola continuamente
all'ammirazione ed all'imitazione dei fedeli. Il sommo pontefice Pio II, nella
bolla di canonizzazione, la chiamò con parole quasi profetiche: «Illustris et
indelebilis memoriae virginem» (Pii II «Misericordias Domini: Bullar. Roman.»,
V, a. 1860, p. 165). Pio IX la proclamò (1866) seconda patrona di Roma. San Pio
X la propose come modello alle donne di Azione Cattolica, nominandola loro
patrona. Pio XII proclamò san Francesco d'Assisi e santa Caterina da Siena
primari patroni d'Italia, con la lettera apostolica «Licet Commissa» del 18
giugno 1939; e, nel memorabile discorso in onore dei due santi, tenuto nella
chiesa di Santa Maria sopra Minerva il 5 maggio 1940, il Papa tributò alla
santa senese questo splendido elogio: «In questo servizio della Chiesa voi ben
comprendete, diletti figli, come Caterina precorra i nostri tempi, con
un'azione che amplifica l'anima cattolica e la pone al fianco dei ministri
della fede, suddita e cooperatrice nella diffusione e difesa del vero e della
restaurazione morale e sociale del vivere civile» (Pio XII «Discorsi e
Radiomessaggi», II [1949] 100). Né meno palpitanti di attualità sono state le
ripetute lodi che alla figura e all'attività apostolica di Caterina, tributò il
sommo pontefice Paolo VI, in occasione della festa annuale di lei. Mi sembrano,
fra le altre, altamente significative per i tempi nostri le seguenti parole del
mio venerato predecessore. «Santa Caterina, disse egli il 30 aprile 1969, ha
amato la Chiesa nella sua realtà che, come sappiamo, ha un duplice aspetto: uno
mistico, spirituale, invisibile, quello essenziale e fuso con Cristo redentore
glorioso, il quale non cessa di effondere il suo sangue (chi ha parlato tanto
del sangue di Cristo, quanto Caterina?), sul mondo attraverso la sua Chiesa;
l'altro umano, storico, istituzionale, concreto, ma non mai disgiunto da quello
divino. V'è da chiedersi se mai i nostri moderni critici dell'aspetto
istituzionale della Chiesa siano capaci di cogliere questa simultaneità»
(«Insegnamenti di Paolo VI, VII [1969] 941). Ma Paolo VI testimoniò con ancor
maggiore autorità la sua stima per il perenne valore della dottrina ascetica e
mistica di santa Caterina, allorché la elevò, insieme a santa Teresa d'Avila,
alla dignità di dottore della Chiesa e ne celebrò la sovrumana sapienza nella
Basilica di san Pietro, il 4 ottobre 1970 («Insegnamenti di Paolo VI, VIII
[1970] 982-988) Nella vita e nell'attività, sia letteraria che apostolica, di
santa Caterina da Siena si è in realtà verificato quanto ho avuto l'occasione
di ricordare a un gruppo di Vescovi nella loro visita «ad limina». «Lo Spirito
Santo è attivo nell'illuminare le menti dei fedeli con la sua verità, e
nell'infiammare i loro cuori col suo amore. Ma queste intuizioni di fede e
questo «sensus fidelium» non sono indipendenti dal magistero della Chiesa, che
è uno strumento dello stesso Spirito Santo ed è assistito da lui. Solo quando i
fedeli sono stati nutriti della parola di Dio, fedelmente trasmessa nella sua
purezza ed integrità, i loro carismi propri diventano pienamente operativi e
fecondi» (cfr. Ioannis Pauli PP. II «Allocutio Indorum Episcoporum coetui
habita, occasione oblata eorum visitationis 'ad limina'», die 31 maii 1979:
«Insegnamenti di Giovanni Paolo II», II [1979] 1354-1358). Possa, dilettissimi
fratelli e figli, l'esempio di santa Caterina da Siena, la cui vita fu così
mirabilmente attiva e feconda per la sua patria e la Chiesa, perché docile
all'«instinctus» dello Spirito Santo e guidata dal magistero della Chiesa,
suscitare in moltissime anime una più viva ammirazione e desiderio;o di
imitazione delle sue eroiche virtù. Avremo così una nuova conferma che la sua
morte fu veramente - ed è tuttora - «preziosa al cospetto del Signore», com'è
«la morte dei suoi santi» (Sal 116,15). Con tali sentimenti nostro animo, a
voi, venerabili fratelli e figli diletti d'Italia, nonché a tutti coloro che
ovunque nel mondo ricordano tale ricorrenza centenaria del transito di santa
Caterina da Siena, e in particolare all'ordine dei frati predicatori e alle
monache e sorelle consacrate a Dio secondo la regola di vita della sua famiglia
religiosa, imparto benevolmente la benedizione apostolica.